Ricordo la prima volta in cui vidi entrare dalla porta il signor Teodoro. Era il 2015 e abitavo a Chelsea, nella vibrante, artistica e frenetica King’s Road. Dalla finestra della mia camera potevo vedere il piccolo teatro del quartiere, un pub inglese con i tavoli all’aperto, un’enoteca; mi bastava scendere le scale e uscire in strada per perdermi tra gallerie d’arte indipendenti, librerie nascoste e negozi di ogni genere.
La caffetteria in cui lavoravo si trovava a soli tre minuti a piedi dalla mia casa. Era un piccolo locale accogliente e intimo con grandi vetrate in cui si respirava un’atmosfera rilassata, e dove tutti si conoscevano tra loro. Era un via vai continuo di anime e di storie. C’era Claire che arrivava la mattina presto, sempre di fretta, sempre in viaggio, e si fermava per prendere un americano, per rilassarsi e per raccontarci le sue giornate frenetiche; c’era Nick, il ragazzo misterioso e solitario che dipingeva quadri astratti; poi Lumi, il fotografo newyorchese di origini nigeriane dalla risata contagiosa che esponeva le sue opere nella minuscola galleria adiacente; e poi ancora Jimmy (Jimmy Page, proprio lui) che si fermava qualche minuto nel pomeriggio per un doppio espresso in compagnia della fidanzata Scarlett, una poetessa dalla voce magnetica che sembrava essere uscita da un ritratto dei Preraffaelliti; ma era anche il punto di ritrovo di mamme con i loro bambini, di uomini d’affari eleganti e di corridori mattinieri.
In quel microcosmo variopinto e artistico che odorava di caffè e di muffin ai mirtilli si presentava, ogni mattina, il signor Teodoro.

La prima volta in cui lo vidi e scambiai due parole con lui fu quando ci presentò una collega di lavoro: a quanto pare avevamo una cosa in comune, la nostra lingua madre (lo spagnolo), e al signor Teodoro faceva piacere poter conversare anche nella lingua della sua infanzia. Era nato a Oporto, in Portogallo, da genitori spagnoli provenienti da un paesino nei pressi di Siviglia; la famiglia si trasferì in Inghilterra quando era ancora un ragazzo e, di conseguenza, divenne cittadino britannico a tutti gli effetti. Il suo accento british era impeccabile, così come le sue buone maniere. Ogni mattina varcava la soglia del locale, salutava tutto lo staff presente e ordinava un caffè nero con del latte caldo a parte. Poi si fermava per scambiare due chiacchiere sulla nostra vita, sulla sua, o per qualche aneddoto divertente che lo vedeva protagonista. Gli piaceva raccontare che era solito festeggiare il suo compleanno due volte: era nato il 17 ottobre 1928, ma per un errore burocratico era stato registrato all’anagrafe il 30 ottobre.
Aveva uno stile signorile e raffinato: in autunno indossava un lungo trench beige e un cappello elegante e, in primavera, un completo più leggero dallo stile classico. Ogni mattina si presentava con un giornale sottobraccio, un bastone nella mano, gli occhiali per leggere, e un sorriso gentile: questi erano i suoi accessori. Aveva l’abitudine di sedere sempre allo stesso tavolo, dove degustava il suo caffè lentamente tra una chiacchierata e un articolo di giornale.
Un giorno mi disse che era un pittore. Senza aggiungere dettagli si limitò semplicemente a rispondere alla mia unica, timida domanda: «E cosa dipinge, signor Teodoro?», gli chiesi. «Oh, per lo più ritratti, cara», fu la sua risposta. Poi indossò il suo cappello estivo e se andò.
Poche settimane dopo si presentò nel primo pomeriggio, un orario insolito, per chiedere a un collega una mano per spostare alcune cornici nel suo studio che si trovava a due passi dalla caffetteria; aveva bisogno di una persona abbastanza alta e forte, perché i quadri erano appoggiati su una mensola in alto ed erano pesanti. Quel giorno ero presente anch’io, e il signor Teodoro, che con il tempo aveva conosciuto il mio interesse incondizionato per ogni forma d’arte, mi invitò ad andare con loro. «Così, mentre lui fa il lavoro pesante, tu puoi vedere i dipinti e tutti i libri della mia libreria, visto che ti piace leggere», mi disse con un sorriso. Fui colta da un’ondata di entusiasmo e curiosità. Non mi sembrò vero. Appena finito il turno uscimmo tutti e tre e attraversammo la strada in direzione Milmans Street. Era un pomeriggio soleggiato e luminoso. Ci trovammo di fronte ad alcune casette a schiera, proprio quelle che vedevo ogni giorno per andare al lavoro, e ci fermammo davanti allo Studio 3. Teodoro aprì la porta e ci invitò a entrare. Quando varcammo la soglia, mi sentii come Alice nel paese delle meraviglie. Non ricordo ogni dettaglio, ma ricordo che due occhi non bastavano per abbracciare con lo sguardo tutta la bellezza e la sacralità di quel luogo che era allo stesso tempo casa, museo, studio artistico e santuario. Il mio collega, che non aveva una particolare predisposizione per l’arte, non sembrò curarsene, e seguì Teodoro dritto fino in salotto. Io, invece, assaporai il posto a ogni piccolo passo. Una volta chiusa la porta alle nostre spalle, mi ritrovai in un corridoio inaspettatamente buio, illuminato da qualche candela e dalla luce fioca che proveniva da un’altra stanza. Mi ci vollero alcuni secondi per abituare la vista a quell’oscurità. Le pareti del corridoio accoglievano un’enorme libreria incassata a muro, che vantava una collezione di volumi infinita. Mentre sbirciavo qualche titolo, con l’indice accarezzavo il dorso dei libri allineati nella penombra. Proseguii lungo il percorso: di fronte a me c’era una porta chiusa, probabilmente il bagno, e sulla destra, invece, si aprì davanti a me il mondo del pittore.
Quello che ancora non sapevo e che avevo ignorato per mesi, è che stavo per entrare nello studio di Theodore Sanchez de Piña Ramos, uno dei più celebri ritrattisti della Famiglia Reale Inglese.

Mi accolse con gentilezza, senza badare alla mia espressione sognante, e mi invitò a sedermi al tavolo della cucina scusandosi per non avere avuto del caffè da offrirmi. Lo studio era uno spazio aperto, non c’erano porte a separare gli ambienti, solo un separé accanto al letto. La cucina era piccola e semplice nella sua essenzialità: un tavolino, due sedie e i fornelli; dalla parte opposta, una finestra estesa illuminava tutto lo studio e il letto rifatto; in un angolino nascosto c’era la scrivania; tutto il resto erano quadri. Quadri appesi, quadri appoggiati a terra sul pavimento, quadri infilati, impilati, ammassati. In alto, lungo la parete principale, c’era un’enorme mensola che sosteneva cornici di ogni dimensione. Al centro della stanza c’era un cavalletto in legno che sorreggeva l’imponente opera a cui Teodoro stava lavorando, e che ritraeva un numero indefinito di soldati in divisa nel cortile di Buckingham Palace: ricordo di averlo guardato da molto vicino perché c’erano dettagli minuscoli e perfetti ovunque. Nel frattempo, lui mi raccontava con quale pazienza aveva dovuto dipingere i tratti di ogni singolo volto.
Mentre il mio collega seguiva le indicazioni e spostava le cornici con un senso che aveva una logica solo per il pittore, io mi perdevo con lo sguardo tra un’opera e l’altra. Scoprii che aveva ritratto più volte la Regina Elisabetta, la Regina Madre e il Duca di Edimburgo Filippo, e che due dei suoi quadri appartenevano (e sono tutt’ora esposti) alla collezione della National Portrait Gallery di Londra.

Gli chiesi come fosse stato lavorare per la Regina in persona e mi rispose che gli era rimasto un ricordo piacevole e che Her Majesty amava la buona conversazione (lui, in questo, eccelleva senza ombra di dubbio). Mi mostrò poi alcuni quadri di bambini e un dipinto che ritraeva la vista sul mare da una finestra, e mi parlò allora della sua famiglia, delle sue origini, dei suoi studi alla Royal Academy of Arts, dove conobbe la figlia del direttore che divenne poi sua moglie e dalla quale ebbe quattro figli. Lo studio, all’epoca, aveva tutta l’aria di ospitare una persona soltanto, ma non feci domande su quell’aspetto della sua vita privata.
Prima di salutarlo, mi accompagnò fino alla libreria e ci scambiammo alcuni pareri letterari. Nel frattempo, indossò gli occhiali e si mise a cercare un titolo nascosto tra i tanti. Si trattava della raccolta di poesie Songs of Innocence and of Experience di William Blake, in un’edizione preziosa e curata. Il libro era per me. Era il suo regalo. Me lo diede, ma non prima di essersi allontanato un istante per scrivermi una dedica.
Dopo qualche mese la caffetteria fu costretta a chiudere a causa di un nuovo contratto d’affitto divenuto insostenibile, e non rividi più il signor Teodoro. Spesso mi domandai dove sarebbe andato a prendere il suo caffè, se anche lui avrebbe provato un velo di nostalgia. Non lo incrociai più nemmeno per strada.
Qualche anno dopo, mossa dai ricordi, cercai informazioni su di lui sul web, e venni a sapere che era morto l’11 aprile del 2018 all’età di novant’anni a causa di un infarto che, un anno prima, gli aveva tolto l’uso delle mani e della voce: Teodoro non fu più in grado di dipingere né parlare. La notizia mi rattristò e addolorò molto, e cercai di ricordare le cose belle che ci aveva lasciato in eredità su questa terra.
Fu allora che lessi alcuni articoli che parlavano di lui, e uno in particolare mi diede la conferma che era stato un personaggio molto amato dall’intera comunità di Chelsea. Leggendo David Robinson Remembers the Distinguished Chelsea Artist scoprii che lo studio in cui aveva trascorso gran parte della sua vita faceva parte di un complesso di abitazioni costruite dal consiglio comunale per supportare gli artisti della zona, e che a pochi metri da lì, a Cheyne Walk, aveva vissuto il noto pittore inglese William Turner. Lessi inoltre che era stato un fervido membro del club di cricket inglese più prestigioso al mondo, noto come MCC (Marylebone Cricket Club), e che agli incontri con i soci non si presentava mai senza ostriche e Champagne. I ritrovi bohémien come la French House in Dean Street e il Queen’s Coffee Shop in Cork Street avevano accolto nel tempo Teodoro, la moglie e pittrice Julia, e la loro cerchia di amici artisti tra cui la coppia di pittori Winifred e Ben Nicholson, il poeta e sceneggiatore Dylan Thomas e il pittore John Hoyland. Fu inoltre un abile tipografo e, per molti anni, produsse i manifesti per le mostre della Royal Academy: in diverse occasioni lavorò insieme a Christopher Prater nello Studio Kelpra, uno degli studi di stampa più all’avanguardia della storia (e che diede vita all’iconica opera Marilyn Monroe di Andy Warhol). Nel 1979 gli fu commissionata una replica a grandezza originale della Trasfigurazione di Raffaello, e dunque trascorse due anni a Roma per studiare al meglio il capolavoro italiano.
Durante la sua carriera Teodoro produsse più di ottocento ritratti che sono oggi sparsi per tutta Londra tra palazzi, case private, uffici governativi e stabilimenti militari.
Se ripenso al passato rivedo quel signore anziano spiritoso, gentile e garbato che amava condividere pezzi della sua vita e ascoltare le storie degli altri.
Aveva quella solennità nel dare vita ai propri ricordi – una luce improvvisa – che non dimenticherò mai perché, forse, è quella che ho rivisto sempre negli occhi di mio nonno. Quel che oggi mi resta di lui è il libro di poesie di Blake, e la sua dedica scritta con una calligrafia d’altri tempi:
Para mi amiga Anahi
con un fuerte abrazo y besos de
Teodoro.
Quasi dimenticavo.
Durante gli anni di docenza alla Royal Academy Teodoro fu anche uno degli insegnanti, e poi caro amico, di Malcom McLaren, il produttore discografico che “creò” i Sex Pistols e la moda punk insieme alla stilista Vivienne Westwood.
Ma questa è un’altra storia, another Tale on the Thames.




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